Archivio per la categoria ‘Referendum’

Sull’acqua

Pubblicato: giugno 7, 2011 in Referendum

Una buona informazione sul referendum la si può avere leggendo questo articolo (consiglio prima di leggere il pdf per farsi una propria idea, poi le risposte di altra economia).

[Preso da http://www.altraeconomia.it]

“Le verità sull’acqua”, né più né meno. Andrea Ronchi pubblica sul sito del ministero delle Politiche comunitarie un vademecum di domande e risposte per “spiegare” le ragioni dell’intervento legislativo che obbliga la messa a gara del servizio idrico integrato. 
La definisce, il ministro, un’operazione verità, e questo è anche il nome del file che può essere comodamente scaricato: “Operazione_verità.pdf”. Vale la pena passarlo in rassegna, per analizzare alcuni nodi fondamentali del pensiero di Ronchi.

“[È] inaccettabile sostenere che l’acqua debba essere gestita da un monopolio pubblico -spiega il ministro-. Questo perché troppo spesso i monopoli hanno generato diseconomie di scala e si sono tramutati in carrozzoni, diventando fonte inesauribile di sprechi. La stella polare di questa riforma è il servizio fornito al cittadino. Il discrimine, quindi, non è la scelta tra pubblico e privato ma piuttosto la possibilità di un vero confronto competitivo tra più candidati gestori”
. Monopolio pubblico, purtroppo, non è una descrizione adeguata del sistema idrico integrato di una città. Perché in casi del genere si parla, come qualsiasi testo di teoria economica avrebbe potuto suggerire allo staff del ministro, di monopolio naturale, ovvero di un servizio che può essere gestito solo il regime di monopolio. Ammettendo questo, però, sarebbe saltato uno dei “miti fondativi” del decreto Ronchi (la l. 166/2009), quello della concorrenza, ovvero di un “vero confronto competitivo tra più” gestori. Ronchi, nel suo testo, fa riferimento a “più candidati gestori”. Non spiega, ma dà per scontato, che tutti conoscano la differenza che passa tra concorrenza per il mercato e concorrenza nel mercato. Nel primo caso, un servizio viene affidato tramite gara, e la forza del libero mercato si esplicita solo in un momento dato, quello della pubblicazione e della risposta al bando. Una volta prescelto, il gestore è “Re”, incontrastato e (poco) controllato per un periodo di 20-30 anni. 
Vale la pena sottolinearlo: quello che il decreto Ronchi impone è cioè la privatizzazione di un monopolio naturale, con buona pace dell’idea di liberalizzazione, che non è applicabile ad un servizio basato su una rete continuamente occupata da un bene, l’acqua, che può esservi immessa da un unico soggetto gestore. 
Inoltre le gare per il servizio idrico integrato, almeno per come si sono svolte nel nostro Paese, non sono garanzia di concorrenza: varrebbe la pena, per completezza d’informazione, che il ministro citasse la sentenza con cui nel novembre del 2007 l’Autorità garante per la concorrenza e il mercato ha multato le due multinazionali Acea (romana) e Suez (francese) per un accordo di “non belligeranza” stretto in merito alle gare per gli acquedotti italiani.

Parlando del nodo “investimenti-tariffe” il ministro Andrea Ronchi scrive: “Anche se oggi la presenza della gestione pubblica è assolutamente preponderante, dal 1998 al 2008 le tariffe sono cresciute del 47%. Aumenti giustificati con promesse di investimenti che si sono realizzati soltanto per il 49% delle cifre stabilite (questo è uno dei motivi per cui le tariffe italiane restano comunque tra le più basse in Europa)”. Ma il nesso tra investimenti e tariffe meriterebbe un approfondimento maggiore. Resta un “non detto”, un “sospeso”. Ronchi dovrebbe ricordare agli italiani, e in particolari ai pubblici amministratori primi destinatari di questa operazione verità, che il legame diretto tra investimenti e tariffe è dato dalla legge Galli, che all’articolo 13 spiega che “la tariffa è determinata […] in modo che sia assicurata la copertura integrale dei costi di investimento e di esercizio”. Se la bollette crescono anche laddove la gestione è ancora affidata a società per azioni a totale capitale pubblico, ciò è dovuto esclusivamente alla legge. Legge che impone alle società (pubblica o private che siano) di finanziarie gli investimenti tramite la tariffa, escludendo il ricorso alla fiscalità generale. È il principio del full recovery cost, la cui inadeguatezza al contesto italiano e ad una rete che necessita di investimenti per due miliardi di euro all’anno, è provata (anche) da una recente proposta di Federutility, la federazione delle aziende del settore. Nel presentare un “Piano di investimenti per il settore idrico”, le associate a Federutlity chiedono “fondi pubblici di accompagnamento e sostegno per cofinanziare gli interventi previsti”. Aggiungendo però che, dal loro punto di vista, “l’accesso a tali fondi dovrebbe essere regolato secondo criteri premiali. Un indispensabile prerequisito di accesso dovrebbe essere individuato nella coerenza dei percorsi avviati in materia di riforma dei servizi idrici da parte del soggetto gestore…”. Si chiedono, cioè, fondi pubblici per sostenere gli investimenti nel settore di soggetti di diritto privato cui è riconosciuta per legge anche “un’adeguata remunerazione del capitale investito” del 7 per cento. Para più coerente, in questo senso, la proposta contenuta nella proposta di legge d’iniziativa popolare presentata dal Forum italiano dei movimenti per l’acqua nel 2007, che chiede il ricorso alla fiscalità generale ma nell’ambito di gestione affidata esclusivamente a soggetti pubblici.

Pescando (quasi) a caso tra le sei domande “più frequenti” cui sceglie di rispondere il ministro, conviene soffermarsi su questa frase: “L’adeguamento delle infrastrutture necessita di ingenti investimenti. Il fabbisogno nazionale di investimenti è pari a 60,52 miliardi di euro (pari a circa 120.000 mld di vecchie lire!) di cui il 49,7% per gli acquedotti e il 48,3% per fognature e depuratori. A fronte di questi dati ne discende che gli investimenti privati sono indispensabili per la ristrutturazione della stessa rete idrica. Ciò renderebbe il servizio più efficiente con un contestuale sgravio degli oneri ora sopportati dagli enti locali e, quindi, dalla collettività generale chiamata in questo modo a risanare con la fiscalità ordinaria i bilanci dei comuni, con la sottrazione di importanti risorse per altri investimenti in settori cruciali come ad esempio la sanità e l’istruzione”. E, dopo averla letto, scomporla per capire se esistono nessi logici tra un passaggio e l’altro. Colpisce, ad esempio, che dato il fabbisogno di investimenti di 60,52 miliardi di euro (ma in trent’anni, ministro, perché non indica anche l’orizzonte temporale?), questo possa essere coperto solo dagli investimenti privati. “Ne discende”, “sono indispensabili”, scrive Ronchi. E perché, poi, ciò implicherebbe uno sgravio dei conti degli enti locali, se è vero che per effetto della legge Galli, dalla metà degli anni Novanta gli “investimenti” stanno in bolletta, cioè non ricadono sulle casse degli enti locali, ma su quelle dei cittadini? La ciliegina su questa torta confezionata dal ministero delle Politiche comunitarie è però l’ultimo passaggio: gli investimenti nel servizio idrico integrato toglierebbero risorse a “settori cruciali”, quali sanità ed istruzione. L’accesso all’acqua potabile non dovrebbe esser considerato, da uno Stato, un servizio d’interesse generale, al pari di scuole e ospedali, un diritto di cittadinanza? Varrebbe forse la pena che il ministro Ronchi concentrasse la sua attenzione, e la ricerca di fondi pubblici da investire nel servizio idrico integrato, in sanità e in istruzione “sforbiciando” il bilancio del ministro della Difesa, guidato dall’ex compagno di partito in Alleanza nazionale Ignazio La Russa.

Annunci


Il problema resta comunque molto complesso, e non si può ridurre a questo video.
La semplificazioni dei costi inoltre penso sia esagerata (le rinovvabili rimarrebbero comunque, alla tecnologia attuale, più costose).

Premetto: avendo fatto leggere ad amici e conoscenti questa serie di considerazioni, il primo commento di buona parte di loro è stato “questo è un nuclearista”. Questo tipo di considerazioni, che passano attraverso considerazioni complottistiche, non sono per niente costruttive e danneggiano l’oggettività delle considerazioni qui di seguito riportate. Ci tengo ad aggiungere che io stesso, ai giorni nostri, mi ritengo contrario al nucleare, perchè penso che l’alternativa ci sia (energy catalyzer), e ragionevolmente sfruttabile a breve termine.

Perchè gli incentivi(così com’erano) sulle rinnovabili erano e sono sbagliati, e perchè non possono essere l’alternativa:
Analisi di Vettore:

– Problema della discontinuità della produzione fotovoltaica ed eolica. Il sole ed il vento non sono disponibili 24 ore su 24, non sono costanti ne prevedibili, ne i loro cicli coincidono con quelli di richiesta dell’energia. Come si fa allora a garantire che la domanda di energia possa sempre essere soddisfatta? Si utilizzano le centrali tradizionali, che al contrario possono essere modulate in base alle richieste. Va notato però che queste devono essere dimensionate per fornire tutta l’energia necessaria anche quando le fonti alternative non sono in funzione e che le centrali convenzionali non possono mai essere spente, perchè richiedono un tempo molto grande ed una grande energia per avviarsi. Quindi non sarà mai possibile eliminare o ridurre le centrali convenzionali grazie a quelle “alternative”.
Problemi alla rete. L’energia immessa nella rete deve essere costantemente bilanciata da quella consumata (non si può accumulare). Se c’è uno scompenso tra domanda e offerta la rete può collassare (e collassa per intero, a catena, non solo localmente). Le centrali convenzionali possono essere controllate e coordinate per evitare queste situazioni (viene utilizzato un sofisticato sistema di previsione, che potete vedere in tempo reale sul sito di Terna http://www.terna.it). Le centrali alternative no: sono del tutto incontrollabili e imprevedibili e rischiano di creare problemi. Attualmente si compensa questa cosa modulando le centrali convenzionali, ma va bene solo finchè le proporzioni in gioco lo permettono. Crescendo l’uso di fonti alternative non è detto che questo sia facile o possibile.
Problema dei costi. Costruire aerogeneratori e pannelli fotovoltaici ha dei costi intrinseci non scalabili. Il costo elevato è proprio dei materiali utilizzati, il valore aggiunto è molto basso. Per questo motivo è sbagliato credere che una maggiore diffusione produca una riduzione dei prezzi: a lungo termine può produrre addirittura un aumento, essendoci maggiore richiesta dei materiali. E’ così per il polisilicio, per il rame, per gli altri metalli. Il rame è un’ottimo esempio: l’aumento di uso di cavi elettrici nel mondo ha fatto scendere il prezzo del rame? No! Lo fa innalzare, perchè la domanda comincia a non essere più soddisfatta a pieno (cfr. quotazione del rame negli ultimi anni).
Fabbisogno energetico e strategie future. Se le fonti rinnovabili da sole non possono avvicinarsi al fabisogno, e comunque hanno sempre bisogno di una potenza equivalente “ausiliaria” tradizionale, quanto è strategico puntare così massicciamente sul loro impiego? Semplicemente non sono una soluzione del problema. Non solo, impegnarsi a finanziare e a pagare cara per 20 anni l’energia prodotta da centrali alternative, che fra meno di 5 anni saranno tecnologicamente obsolete, è improduttivo, illogico ed inefficiente, quando dopo quei 5 anni potrei investire in tecnologie molto più efficienti, ottenendo quindi più energia allo stesso costo. Non solo, i soldi investiti in nelle tecnologie attuali (relativamente primitive), impedisce l’investimento nella ricerca di alternative più avanzate.
Quindi, vi invito a farvi un’idea vostra a riguardo, quelle che ho esposte sono considerazioni tecniche, e quindi oggettive, che però vengono molto spesso taciute o sconosciute dai più.
Qual è la differenza tra l’impostazione italiana e quella degli altri paesi? Che qui si è cercato di fare passare le energie alternative come delle vere e proprie alternative a quelle convenzionali, incentivandole in maniera smisurata. Negli altri paesi invece queste vengono incentivate come complemento alle fonti tradizionali. Questo ha senso: io installo un tetto fotovoltaico sul mio stabilimento per risparmiare sui miei costi energetici, non per vendere energia allo Stato a prezzi speculativi!
Non solo, l’enfasi, per questioni economiche e ideologiche, è stata data al fotovoltaico ed all’eolico, che hanno per eccellenza i difetti sopra descritti. Altre fonti alternative e rinnovabili non li hanno affatto invece! Il solare termico è una buona alternativa ecologica! (Tra l’altro con ampi margini di miglioramento). L’idroelettrico è una buona alternativa! Entrambi hanno ottima efficienza e possibilità di accumulare e modulare l’energia. E ci sarebbero altri esempi.
Qualche parola riguardo alle tecnologie tradizionali: è sbagliato puntare soltanto su una. Ciascuna ha delle caratteristiche specifiche che la rendono utile in un sistema: le centrali termiche sono potenti e modulabili, quelle a turbogas sono relativamente pulite, poco costose e rapide nell’avviamento e nelle variazioni, e perfino le centrali nucleari avrebbero il loro ruolo di garantire un “zoccolo” energetico (lo so, anche questo è politicamente scorretto, ma non volerne ed essere costretti ad utilizzare quelle dei paesi confinanti, perchè o così o collassa la rete, non mi sembra neanche una siutazione da elogiare).
[…]il paragone con Internet non è molto calzante perchè l’informazione non è soggetta a leggi fisiche e quindi la puoi gestire come ti pare (e gli algoritmi utilizzati infatti fanno cose tutt’altro che intuitive a volte, ma funzionano e lo si può dimostrare teoricamente). Considera invece le reti stradali: in quel caso succedono cose simili rispetto alle reti elettriche, ed infatti il traffico e gli ingorghi non sono stati risolti ancora, nonostante l’automobile esista da 100 anni…Il problema principale nel campo dell’energia è l’accumulazione: se si riuscisse ad immagazzinare temporaneamente l’energia, non sarebbe necessario dovere legare strettamente domanda ed offerta, e molte tecnologie attuali sarebbero sfruttate molto meglio. Questa sarebbe una vera rivoluzione, ma purtroppo non sappiamo farlo! Non si conosce nessun modo efficace per farlo! Anzi, ne esiste solo uno: quello usato dalle centrali idroelettriche, che quando sono “scariche” funzionano al contrario e pompano acqua dal basso al bacino superiore, per poi riutilizzarla nei momenti di “carico”. Il solare termico di ultima generazione potrebbe fare pure qualcosa del genere. Perchè allora non si diffonde? Perchè se mi pagano fior di euro solo per piazzare una distesa di pannelli, chi me lo fa fare investire 100 volte di più di tasca mia in una centrale “seria” che produce energia che poi viene pure pagata meno di un quarto?
Riguardo alla struttura “vecchia” della rete elettrica è un discorso molto complesso, non si conoscono alternative valide, e comunque cambiare una cosa che è stata costruita in 100 anni di storia richiederebbe investimenti stratosferici…
Io concordo con te: sarebbe meglio investire sul solare termico, sullo studio di metodi di accumulazione e sul rendere più “intelligente” la rete. Però queste cose richiedono una quantità di ricerca grande ancora, ricerca per la quale non si investe un solo centesimo, e sarà così ancora per molto, perchè lo Stato ha preferito impegnarsi per i prossimi 20 anni a pagare a peso d’oro la produzione di impianti inefficienti.
[…]perché negli ultimi anni il prezzo del fotovoltaico non è sceso in modo inversamente proporzionale all’allargamento del mercato?
Perchè il fatto che il governo desse incentivi ha proprio tolto l’incentivo ai produttori a studiare qualcosa di più efficiente ed economico.
E’ la dura legge del mercato: se vuoi distruggere un settore attiva gli “incentivi”. Tutti pagheranno di più per avere di meno.
[…]A proposito di Rubbia: ricordo che quando ero a scuola elementare (!) sul libro c’era un suo brano in cui sosteneva, in tempi ancora non sospetti, che cospargere intere distese di pannelli fotovoltaici potesse avere effetti negativi sia per il clima che per l’ecosistema locale, in quanto questi venivano a modificare l’irraggiamento e la temperatura sia del terreno, sia dell’atmosfera. Casualmente erano proprio quelli gli anni in cui si innaugurava la centrale solare di Adrano, una delle prime centrali termiche sperimentali al mondo. Sono passati più di 20 anni e vedi quanta strada abbiamo fatto: nella direzione sbagliata!
In ogni caso il solare termico non è certo roba complicata come la fisica nucleare, non è che ci voglia Rubbia per fare passi avanti enormi rispetto ad ora…
E qui vengo alla seconda tua domanda: perchè ci siamo fiondati così sul fotovoltaico? Chi ci ha rifilato questa fregatura?
La risposta è triste quanto inequivocabile: siamo degli idioti. Non c’è un’intelligenza oscura che trama contro, ma ci sono tante stupidità distribuite. Lo si può perfino dimostrare matematicamente (la Teoria dei Giochi lo spiega mirabilmente). Il fotovoltaico piace a tutti: gli ambientalisti sono contenti (ignorando le questioni più tecniche sottostanti), i cittadini sono contenti e allettati dagli incentivi, i politici si fanno belli agli occhi dell’opinione pubblica, quelli disonesti ci guadagnano con tangenti e favori per rilasciare le concessioni, i produttori fanno soldi, gli installatori ed i progettisti pure, nascono nuove aziende nel settore, le banche lavorano e guadagnano pure loro, in parte anche le compagnie assicurative, e aumenta il PIL del Paese. Non è perfetto? Vuoi che ci sia qualcuno che alzi la mano e dica che è tutta un’illusione collettiva? Quando lo facevo io qualche anno fa venivo come minimo insultato o del tutto ignorato. Ancora oggi, prova a scendere in strada ed a spiegare ad un passante che il fotovoltaico è una fregatura: non ti crede! Prova a convincere gli ambientalisti, i “verdi”, o un Beppe Grillo qualsiasi. Col cavolo che ci riesci! Ti becchi solo insulti… E non è malafede o cattiveria, è solo ignoranza! E in democrazia il parere di 10 ignoranti vale più di quello di un solo premio Nobel. Perfino i governi che si sono buttati su questa strada non credo che l’abbiano fatto in malafede. Se avessero gestito la cosa in maniera poco poco diversa, poteva anche essere positivo, ma per cogliere queste sottigliezze ci vuole una lungimiranza, una capacità di analisi ed un’oggettività che solo la scienza può dare. E la politica è quanto di più distante ci sia dalla scienza.